Intestazione Padre Giuseppe Puglisi. Sì, ma verso dove?















L' articolo è tratto dal sito http://www.taleonline.it/?p=1486#more-1486

Alla mostra di don Puglisi anche l’arcivescovo Montenegro
di Maristella Panepinto
Scritto il 8 Giugno 2009

“E se ognuno fa qualcosa, allora molto si può fare”. Don Pino Puglisi ripeteva questa frase, quasi fosse una filastrocca, di quelle che i bambini fanno presto a imparare. Poche parole, di quelle che, però, se solo ci si ferma due istanti di seguito a rifletterci sopra, sono in grado di dare un peso specifico all’anima. Don Pino Puglisi, del resto - e chi lo ha conosciuto lo sa bene - non si definiva né un prete “sui generis”, né un cattolico antimafia. Lui era un sacerdote che, ogni giorno, “riusciva a fare qualcosa”. Questo era il sacramento del suo quotidiano. Alzarsi al mattino, guardarsi intorno e capire quanto di poco, che poi diventasse molto, era necessario. A Brancaccio questo ha significato, nel concreto, lotta a un sistema, quello mafioso, che normale non era, non doveva essere, ma che, complice l’omertà, il buio dell’ignoranza e la tradizione criminosa, aveva finito con il diventare uno stato di fatto, un’istanza di bisogno accettata e condivisa. Don Pino faceva ogni giorno qualcosa, anche dentro quel quartiere, dove ogni piccolo seme di speranza faceva contorcere di dolore e di paura il sistema di morte, che lì ha da sempre avuto un comodo nido. Lo stesso sistema, un giorno di metà settembre, si è illuso di uccidere quel prete, che sorrideva sempre, ma lo faceva in maniera lungimirante, speranzosa, mai scontata o qualunquista. Don Pino a Brancaccio c’era nato e c’è anche morto, corporalmente. Perché l’anima, mi permetto di esserne certa, ritengo sfugga a qualsiasi logica di paura, di terrore, di prepotente pretesa dell’annullamento.

Con il rischio di apparire ripetitivi, da un po’ di settimane, in questo blog, abbiamo scelto di parlare di don Pino. Non è stato un caso, nè tantomeno, come spesso accade quando si fa informazione, si è trattato di una necessità da mancanza di notizie (non ci saremmo permessi). E’ stato e continua a essere il desiderio di portare, con semplicità, il sorriso di don Pino a quanti non lo conoscono ancora o a chi, conoscendolo, non desidera dimenticarlo. Circa un mese fa, con la semplicità che pone in essere le cose candidate a diventare davvero importanti, è nata l’iniziativa di ospitare, a Casteltermini, la mostra dedicata a don Puglisi. Fondamentale è stato l’apporto dell’associazione palermitana “Sì ma verso dove?”, con in testa la presidente Rosaria Cascio e con il supporto di tanti altri soci, tra questi Agostina Aiello, che con don Pino ha condiviso, braccio a braccio, indimenticabili esperienze di apostolato. La mostra non si è fermata a Casteltermini, ha fatto tappa a San Giovanni Gemini e proprio ieri ha vissuto un vero onore, la visita , genuinamente preziosa, dell’arcivescovo Francesco Montenegro. Una sosta meditata, quella che ha fatto Montenegro nella chiesa di San Giovannuzzu, fatta di ricordi e di riflessioni. Insieme all’Arcivescovo, che si è accostato ai pannelli fotografici, con quella grazia semplice, che lo contraddistingue, c’era anche Alessandro Trovato, capitano dei carabinieri della compagnia di Cammarata, uno dei principali sostenitori del “tour” della mostra di don Pino nella zona montana dell’agrigentino. E proprio di ieri la notizia che, con molta probabilità, i pannelli continueranno a portare il loro messaggio di speranza, da San Giovanni a Cianciana. Seguiremo anche quest’altra tappa, consapevoli e fiduciosi che anche una mostra, che non commemora, ma racconta, possa porre in essere tante piccole cose da fare, tali che, sommate insieme, possano spianare la strada a quelle cose grandi, che a volte ci fanno paura anche solo a pensarle, ma che, come tutte le cose davvero positive, non costituiscono mai vette irraggiungibili.


Testimonianza a Casteltermini Testimonianza a Casteltermini Testimonianza a Casteltermini

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