Intestazione Padre Giuseppe Puglisi. Sì, ma verso dove?















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Ma la Chiesa è ancora capace di parlare ai poveri?
Ma la Chiesa è ancora capace di parlare ai poveri?
La risposta sembrerebbe scontata, ma forse non è proprio così.
Non credo di dire niente di nuovo quando affermo che da tempo si assiste ad un atteggiamento incoerente di molti laici come di qualche esponente del clero. E credo di dire cosa già conosciute quando evidenzio che qualche volta ci imbattiamo in chiese che somigliano più ad aziende che a comunità.
Non nego che vedere una chiesa ben organizzata fa piacere, ma accanto ai tanti utili interventi di tipo pratico e organizzativo, per rendere una chiesa più funzionale possibile, c’è il desiderio di vedere un clero più impegnato nella crescita spirituale del proprio gregge, più coinvolto nella vita quotidiana della gente, più interessato a cercare un dialogo, un ascolto soprattutto con i giovani.
Qualcuno afferma, giustamente, che i preti sono sempre più anziani, che non c’è un ricambio generazionale, che non ci sono laici desiderosi di impegnarsi. E’ vero, ma è altrettanto vero che qualche volta ci si imbatte in preti accentratori che non hanno tanto piacere di dare spazio ai laici che vogliono impegnarsi.
Non c’è in me alcuna intenzione di fare gratuite critiche o esternare facili giudizi, ma solo il desiderio di sottolineare una situazione che in tanti vedono e in pochi hanno voglia di far emergere. Credo di non esagerare se affermo che c’è un urgente bisogno di recuperare una dimensione vocazionale che sia segno di Dio.
Diceva don Puglisi: “nella parrocchia tutta la pastorale dovrebbe essere attraversata dalla linea vocazionale, insieme alla linea missionaria: tutti chiamati, tutti mandati”.
Perché un laico si senta chiamato e poi inviato, bisogna che abbia dei punti di riferimento certi e coerenti che siano testimoni di un’attenzione alla preghiera, di una cura della liturgia, di un totale impegno verso il Sacramento della Riconciliazione.
A questo proposito alcuni giorni fa ho letto qualcosa che riguardava alcune figure esemplari che, attraverso il loro ministero sacerdotale e in particolare con la loro attenzione verso la confessione, sono stati punti di riferimento per tutti quelli che li hanno conosciuti. Questi figure sono: il Curato d’Ars che sebbene vivesse in una piccola comunità, aveva la fila della gente che arrivava anche da luoghi lontani per confessarsi; il cappuccino Padre Leopoldo Mendìc, morto a Padova, che passava tante ore al confessionale e il più conosciuto P. Pio da Pietralcina, che dedicava a questo Sacramento anche dodici ore al giorno.
Come può accadere che tre sacerdoti rinchiusi nell’angusto spazio di un confessionale, abbiano raggiunto la santità e la loro testimonianza è arrivata fino ai nostri giorni?
Può essere che si siano preoccupati poco se dal tetto della chiesa filtrava un po’ d’acqua? Se le bollette e le tasse erano state pagate? Se era utile mettere in canonica un pavimento di marmo piuttosto che di cotto? Già, sicuramente qualche altro pensava a questo…
Loro hanno scelto di dare risposte e conforto alle tribolazioni di tanti peccatori; hanno scelto di esercitare la virtù della carità e dell’ascolto; hanno preferito porre grande attenzione a chi chiedeva un aiuto.
La loro storia è simile a quella del piccolo e “sconosciuto” prete della borgata palermitana di Brancaccio che, senza grosse organizzazioni alle spalle e senza il becco di un quattrino in tasca, aveva avuto l’idea di acquistare una casa per la parrocchia, aprendo un mutuo senza sapere come pagarlo, perché desiderava dare un ambiente ai ragazzi del suo povero quartiere. Aveva deciso di dare un tetto sicuro ai ragazzi della parrocchia, perché potessero studiare e giocare. Un prete, don Pino Puglisi, che ha messo al primo punto di tutta la sua azione pastorale quello di dare dignità a quanti non sapevano nemmeno di averla.
Come ha potuto un prete “qualunque”, semplice e schivo lasciare un segno così profondo?
Eppure non faceva niente di speciale se non vivere coerentemente la propria vocazione, quel sì promesso a Dio.
Allora se anche un prete di un lontano e sconosciuto quartiere di una città del meridione d’Italia riesce a incidere le coscienze di un popolo, qualcosa di particolare ci deve pur essere.
Questo prete era consapevole di avere un Dio che lo amava e ne era talmente convinto che ha avuto la dignità di morire per amore del suo Dio, così come muore un martire, come muore un profeta ucciso dalla stessa gente che ha amato.
Ma cosa ha voluto dire attraverso questo esempio?
Cosa hanno colto da questa testimonianza i presbiteri della chiesa palermitana e non solo? Cosa hanno pensato i tanti laici che hanno sentito parlare di lui o che lo hanno conosciuto personalmente?
E i suoi ragazzi ai quali ha fatto conoscere questo Dio-Amore e per i quali ha speso gran parte della sua esistenza?
E ancora cosa dicono le tante coppie che hanno avuto benedette le nozze da lui?
Queste riflessioni mi portano a pensare che quando un testimone è credibile e coerente diventa un esempio e un vero punto di riferimento, sia da prete, sia da laico.
Forse per questo oggi c’è tantissima povertà. Povertà materiale, ma soprattutto culturale e di valori.
Ma noi che siamo Chiesa, siamo ancora capaci di parlare ai poveri?

Nino Lanzetta

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