Intestazione Padre Giuseppe Puglisi. Sì, ma verso dove?















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Carissimi, quest'anno, nel mese di giugno, ricorre il 40° della morte e della "lettera ad una professoressa" di don Lorenzo Milani.
Poiché siamo stati, lo scorso anno, a Barbiana a visitare i luoghi in cui don Lorenzo ha vissuto con i suoi ragazzi, ho pensato farvi cosa gradita spedirvi una breve comunicazione tenuta da don Erio Castellucci presso l'aula S. Lucia dell'Università di Bologna per il 30° della morte di don Lorenzo Milani.
La serata era stata organizzata dal centro universitario cattolico "S. Sigismondo".
Don Erio, ha colto l'occasione della ricorrenza per parlare di un seminarista della nostra diocesi, Andrea Zambianchi, legatissimo alla figura di don Milani che, a causa di una grave malattia, è morto un anno prima di essere ordinato sacerdote.
Io non ho conosciuto personalmente Andrea ma, per quello che ho letto e sentito di lui, penso che sarei stato suo amico.
Spero che questa testimonianza sia edificante per voi, come lo è stata per me, e ci aiuti a capire che la via della santità passa, molto spesso, dal dolore. Puglisi insegna.
Un caro e fraterno abbraccio.
NinoBologna, 19.06.97 - Aula di Istologia - Incontro su don Milani nel 30° della morte (26.06.67)

"La scuola: un ospedale che cura i sani e respinge i malati". Intervento su Andrea e don Milani
L'ultima foto di Andrea è del 26 giugno '96. Lo ritrae in piedi di profilo, visibilmente segnato dal male, con il braccio destro alzato e l'indice puntato su una chiesetta in lontananza tra gli alberi.
Si trovava a poche centinaia di metri da Barbiana.
Aveva compiuto quel viaggio insieme ad un amico seminarista, nell'anniversario della morte di don Milani, con l'animo del pellegrino che visita un Santuario.
Era andato a rinfrescarsi ad una delle sorgenti della sua vita, come ricorda egli stesso nella premessa alla sua tesi, quasi ultimata, di baccellierato in teologia: "con molta umiltà, quasi in punta di piedi, ho affrontato un lavoro scritto riguardante un 'grande amore' della mia vita: don Lorenzo Milani, conosciuto nella mia adolescenza (che avverto molto distante perché chiassosa e distratta), vissuta agli antipodi dell'austerità e dell'ironia di quel prete che mi assetò di verità". "Da allora - scrive Andrea nella conclusione - non l'ho più lasciato e lui non ha più lasciato me!".
Confessa poi: "Don Milani ha rappresentato per me l'incentivo più grosso, lo stimolo più grande, dopo il Vangelo, a diventare sacerdote.
E' stata la lettura privilegiata, il modello dei miei anni di Seminario".
Due anni prima Andrea aveva cominciato a lavorare, con passione, sul rapporto tra don Milani e la Chiesa.
Se dovessi esprimere in poche parole ciò che ha dimostrato in questa tesi, direi così: don Milani non era un innamorato della Chiesa. No, era molto di più: uno che amava la Chiesa.
Chi è innamorato agisce per attrazione, idealizza l'oggetto della sua passione, si muove sulla base del sentimento.
Chi ama, invece, si lascia trasportare non dall'attrazione ma dalla donazione, non idealizza affatto l'amato ma ne vede anche i difetti e li accetta, si muove non tanto sull'impeto del sentimento quanto sulla forza della volontà.
In genere, però, le due dimensioni sono mescolate: non solo nelle relazioni di coppia o in quelle familiari o in quelle amicali, ma anche nel rapporto con la Chiesa. Invece in don Milani - se è lecito esprimersi così - l'innamoramento per la Chiesa era pressoché inesistente: le tensioni, i dispiaceri, le delusioni, le sofferenze che aveva vissuto nel suo rapporto con la Chiesa non gliela rendevano molto attraente. Don Lorenzo, però, aveva imparato proprio da queste purificazioni ad amare la Chiesa.
Tra le tante testimonianze, si può citare un passo del 1961 in cui, con il suo linguaggio diretto e rude, affermava: "Errori nella Chiesa ce ne sono. Ma la Chiesa è la Madre. Se uno ha la madre brutta, chi se ne frega".
Man mano che Andrea procedeva nella ricerca e consegnava paragrafi e capitoli, si rafforzava in noi l'impressione che la grandezza di don Milani, prima ancora che nell'opera pedagogica, nell'amore ai poveri, nella radicalità evangelica, nella passione per la pace, consista nel suo attaccamento alla Chiesa nonostante tutto.
Avrebbe avuto mille motivi per uscire dalla Chiesa e farsi un suo gruppetto alternativo.
Eppure è rimasto caparbiamente dentro.
Fare il profeta scomodo fuori della Chiesa è tutto sommato abbastanza comodo; il difficile è farlo dentro la Chiesa: e su questo don Milani non ha mai tentennato.
Egli sentiva che fuori della Chiesa sarebbe ripiombato nelle sue miserie.
In una lettera ad un religioso, del 1958, scriveva: "Non mi ribellerò mai alla Chiesa, perché ho bisogno più volte alla settimana del perdono dei miei peccati e non saprei da chi altri andare a cercarlo quando avessi lasciato la Chiesa".
L'amore di don Milani alla Chiesa, come ogni vero amore, è stato vagliato da una dura croce.
Egli ha sofferto e ha fatto soffrire (credo sia giusto rilevare anche questo aspetto, perché don Lorenzo aveva quel caratterino poco raccomandabile che, accentuato dalla "toscanità", non risparmiava parole taglienti).
La reciproca incomprensione tra lui e il suo vescovo, l'isolamento che subì da parte di quasi tutto il clero fiorentino (isolamento che in parte egli stesso favorì: non usciva praticamente mai da Barbiana), l'intransigenza - che rasentava a volte la scortesia e l'insulto - con la quale affrontava certe situazioni: tutto ciò rese davvero pesante la croce dell'amore per la Chiesa.
Ma non cedette alla tentazione del vittimismo e del chiacchiericcio: diceva quello che doveva dire davanti all'interessato - fossero pure i giudici o il vescovo - e poi... anche se fosse capitato il peggio, la coscienza era sgravata. Mi sembra molto eloquente - per fare un'ultima citazione - un passo della circolare che don Lorenzo e don Borghi scrissero al clero di Firenze nel 1964, in merito al dimissionamento del Rettore del Seminario Maggiore.
"Non è con i telegrammi di auguri, il regalo di una croce pettorale e le genuflessioni che si mostra l'amore al Vescovo, ma piuttosto con la sincerità rispettosa, il rifiuto del pettegolezzo di sagrestia". Era questo il modo di amare di don Lorenzo.
Non intendo ora far coincidere i tratti della figura di don Milani con quelli di Andrea; sarebbe forzato e, oltretutto, sbagliato, perché Andrea era piuttosto diverso dal suo grande modello: per formazione, carattere, esperienza.
Ma certo, come dice lui stesso, quelle letture giovanili gli avevano lasciato alcune impronte ben visibili.
E' significativo che, come si può vedere dalla raccolta dei suoi scritti, Andrea avesse maturato uno stile letterario simile a quello di don Milani: ricco di vocaboli, incisivo, quasi polemico, teso a colpire il lettore con immagini forti e decise.
Andrea curava il suo italiano con frequenti approcci alla letteratura contemporanea; nelle ultime settimane, imputando ironicamente al tecnicismo degli studi accademici di diritto e teologia l'impoverimento del suo vocabolario, aveva ripreso in mano Tomasi di Lampedusa e Pavese: per dare, come scrive, "un'ossigenata al cervello".
Le doti giornalistiche, unite ad una solida preparazione culturale e ad un'indole un po' scanzonata (che emergeva solo in contesti confidenziali) portavano Andrea ad un modo di esprimersi accattivante.
Gli appunti scritti a mano nelle ultime settimane alternano ironia, preoccupazione, gioia di vivere, sofferenza; sentimenti riassunti da Andrea in questa frase di passaggio, buttata giù in fretta a circa un mese dalla morte: "io vivo di questo sapore quotidiano di legno di croce e di cappelletti ai funghi". Sebbene poi fosse più mite nelle relazioni, anche Andrea sapeva assumere posizioni rigide, senza sfumature, a volte intransigenti; i compromessi lo deludevano e amareggiavano.
Molti suoi condiocesani hanno ancora in mente, per fare un esempio, le parole dure che, già preso dal male, pronunciò nella Cattedrale di Forlì l'11 febbraio '96 offrendo una testimonianza per la Giornata del malato: "conosco preti preparatissimi, che hanno studiato tanto, insegnano e sanno parlare e poi non sanno neanche stringere la mano ad un malato di Aids (...).
Sarà contento il Signore della loro sapienza e delle loro liturgie formalmente impeccabili?". Come si intuisce anche da queste affermazioni, un altro tratto comune tra Andrea e don Milani è l'attenzione agli ultimi.
Per don Lorenzo erano soprattutto i ragazzi e i giovani di S. Donato prima e di Barbiana poi, gli operai, gli analfabeti; per Andrea erano specialmente i malati, gli anziani soli e i portatori di handicap. Il volto di Cristo, per entrambi, si proiettava con particolare intensità su questi poveri. Ma anche in Andrea ciò che risaltava più di tutto era l'amore alla Chiesa: il resto, compreso l'amore per gli ultimi, partiva di qui.
Nell'ultimo lungo colloquio che ebbi con lui venti giorni prima della sua morte, Andrea, sebbene faticasse a camminare e fosse percorso da forti dolori, portò con entusiasmo il dialogo sulle questioni pastorali che più gli erano congeniali: la diocesi, la parrocchia, i preti, i gruppi, i giovani, il seminario, i poveri. Non risparmiava critiche, senza però scadere nel "pettegolezzo di sagrestia", quando non era d'accordo con qualcuno o qualcosa: e lo faceva proprio perché amava la Chiesa.
Andrea avrebbe discusso la tesi tra pochi giorni, quasi in coincidenza con il 30° di morte del suo maestro. E invece lo ha già seguito. Anche nella malattia Andrea si è fatto alunno di don Milani.
Nella sua tesi aveva riportato il seguente passaggio di una lettera di don Lorenzo al suo vescovo: "da due anni in qua i medici e alcuni segni m'han detto che è l'ora di prepararsi alla morte".
Andrea deve aver pensato a questa frase, quando anche a lui "i medici e alcuni segni" hanno fatto capire la stessa cosa; le ultime settimane delle sua vita erano segnate dalla consapevolezza che la situazione poteva precipitare da un momento all'altro; pochi giorni prima di Ferragosto, nell'imminenza del colloquio con un medico, appuntava a mano queste agghiaccianti considerazioni: "E' arrivato il giorno, ed è questo, che dovrebbe svelare quanto manchi alla mia dipartita da questa terra: un'ora, una settimana, un mese, un anno; un'ombra sta per trascolorare.
Non ci sono più parole. E' un'attesa che strappa i nervi fra le costole: solo il buio può intuire". Ma Andrea, come il suo maestro, non si è mai arreso (nello già ricordato colloquio di inizio settembre mi aveva parlato perfino della sua intenzione di frequentare la Facoltà di Psicologia a Cesena, presso la quale si era iscritto all'esame di selezione: mi disse che voleva attrezzarsi per capire meglio i giovani e i malati mentali); non si è dunque mai arreso, se non ai disegni di Dio; già molto malato, si lasciò sfuggire più di una volta l'affermazione: "se il Signore mi vuole, io sono pronto".
Mi pare di poter dire, in conclusione, che la scuola di Barbiana continua ancora: educa, ispira, colpisce e plasma chi viene a contatto con il suo grande fondatore. Gli insegna a vivere e a morire.
Di questa scuola, Andrea è stato certamente uno degli alunni più appassionati.
don Erio Castellucci

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