Intestazione Padre Giuseppe Puglisi. Sì, ma verso dove?















I processi istruiti dopo l'uccisione da parte della mafia di P. Puglisi hanno avuto una conclusione definitiva con sentenza della Corte di Cassazione.
Queste le sentenze e, in sintesi, i risultati :

SENTENZE :  
Sentenza nei confronti di SPATUZZA GASPARE, MANGANO ANTONINO, GIACALONE LUIGI, LO NIGRO COSIMO
Data 14/04/1998
Organo giudiziario Corte di Assise di Appello, Sezione Seconda - Palermo
Vincenzo OLIVERI, Presidente


Sentenza nei confronti di GRAVIANO GIUSEPPE, GRAVIANO FILIPPO, GRIGOLI SALVATORE
Data 13/02/2001
Organo giudiziario Corte di Assise di Appello, Sezione prima - Palermo
Innocenzo LA MANTIA, Presidente
Estremi Atto n. N. 7/2001, N. 30/2000 R.G., N. 724/94 N. Reato del 13/02/2001
Descrizione fisica Estensione: 256 p.


RISULTATI :
Mandanti dell'omicidio : fratelli Giuseppe e Filippo raviano, boss di Brancaccio, condannati all’ergastolo
Esecutori :
             Gruppo di fuoco :Gaspare Spatuzza (dal 2009 collabora con la magistratura), Nino Mangano, Cosimo Lo Nigro, Luigi Giacalone, tutti detenuti e condannati all'ergastolo.
             Killer che ha sparato : Salvatore Grigoli, è diventato collaboratore di giustizia dopo l’arresto. Ha una condanna a 18 anni. Nel luglio del 2004 ha ottenuto gli arresti domiciliari.

MOTIVAZIONI
La sentenza della seconda sezione della Corte d'Assise di Palermo spiega il movente del delitto e lo scenario di Brancaccio:
"Emerge la figura di un prete che infaticabilmente operava sul territorio, fuori dall'ombra del campanile... L'opera di don Puglisi aveva finito per rappresentare una insidia e una spina nel fianco del gruppo criminale emergente che dominava il territorio, perché costituiva un elemento di sovversione nel contesto dell'ordine mafioso, conservatore, opprimente che era stato imposto nella zona, contro cui il prete mostrava di essere uno dei più tenaci e indomiti oppositori.
Don Pino Puglisi aveva scelto non solo di "ricostruire" il sentimento religioso e spirituale dei suoi fedeli, ma anche di schierarsi, concretamente, senza veli di ambiguità e complici silenzi, dalla parte di deboli ed emarginati, di appoggiare senza riserve i progetti di riscatto provenienti da cittadini onesti, che coglievano alla radice l'ingiustizia della propria emarginazione e intendevano cambiare il volto del quartiere, desiderosi di renderlo più accettabile, accogliente e vivibile”.

(sentenza depositata in cancelleria in data 19 giugno 1998)

Testo integrale della requisitoria del pubblico ministero Lorenzo Matassa tenuta il 23 febbraio 1998 davanti la Corte d’Assise di Palermo:

Si dice che nell’ultimo momento della vita, nell’atto dell’ultimo respiro, ogni uomo ripercorra tutto il suo vissuto. In quell’unico istante ogni essere potra` ritrovare se stesso in modo completo, consegnandosi ai sorrisi cari degli amati o ai fantasmi del male. Si dice che un vortice inarrestabile trascini chi la vita non ha piu` (ma che la vita non ha ancora del tutto abbandonato) dal caldo natale abbraccio della madre fino al pietoso gesto della chiusura delle palpebre da parte di un ignoto passante o di un impotente medico del pronto soccorso.
Ho provato tante volte a immaginare l’ultimo momento della vita di don Giuseppe Puglisi non solo perché la sua umanità era, ed è, la mia umanità (così come quella di tutti coloro che oggi si trovano qui), ma perché in quel momento vi erano sicuramente registrati la causa e il motivo del suo assassinio.
Forse nel suo sorriso morente non si erano imprigionati, come in una fotografia, i volti degli assassini, ma - ditemi voi - era importante sul Golgota conoscere che viso avesse colui che aveva trafitto le mani, i piedi e il costato di un uomo sulla croce ?
Vi sono assassinii che trascendono coloro che li compiono. Vi sono assassini che uccidendo un uomo uccidono un pensiero, una speranza, un modo di essere, l'idea stessa di umanità.
Questo, signori giurati, è uno di quegli omicidi.
Vi avevo detto, nel corso della mia relazione introduttiva, che questo processo ci avrebbe portato a ricostruire le circostanze che portarono alla morte un uomo a causa del suo impegno evangelico e sociale.
Vi avevo anticipato che avremmo attraversato il fondo più oscuro e abietto del delitto e che avremmo avuto modo di constatare in quali misere condizioni di assoggettamento e di omertà è costretto un intero quartiere di Palermo.
Pensiamo che l'istruttoria dibattimentale sia stata fedele a questa promessa.
Ho sentito dire che "la verità cerca chi la trova". Avete sentito bene. Proprio in questa modalità inversa. E' la verità che insegue colui il quale ne cerca l'esistenza. E' essa che si muove, inarrestabile, dalle cose fino ai pensieri; si ricostruisce sotto lo sguardo dell'indagatore fino a completarsi nel suo aspetto più autentico e inoppugnabile.
Questo è accaduto in questo caso e in questo processo .
Come una invisibile calamita la verità ha magnetizzato a sé tutti i pezzi dispersi dei luoghi, delle circostanze, degli uomini, delle condotte, riassemblandole ordinatamente e offrendo il panorama chiaro, completo, trasparente, inequivocabile di tutto ciò che accadde prima, durante e dopo il momento in cui il povero corpo di don Pino Puglisi si abbatté al suolo senza un grido. Ecco perché nel Vangelo sta scritto che Nostro Signore è la via, la Verità e la Vita. Perché la verità è veicolo di giustizia. E' l'essenza stessa della giustizia. Questo processo è stato veicolo di verità. Allorché il caso mi affidò la morte di don Giuseppe Puglisi come oggetto di investigazione ebbi il vero traumatico contatto con il quartiere di Brancaccio. La sua realtà di miseria, dolore, e morte.
Quartieri dormitorio, dove unica maestra di vita (per i ragazzi cresciuti troppo in fretta) è la strada e queste strade, come per esempio la via conte Federico, erano il ricordo e le lapidi per centinaia di morti ammazzati.
Intere famiglie abbandonate a se stesse senza servizi, strutture sociali, centri di assistenza, un po’ di verde dove spaziare.
Il quartiere di Brancaccio era (ed è) una frontiera scomoda per tutti, un territorio a perdere, un qualcosa da dimenticare, da lasciare al potere incontrastato dei criminali e dei mafiosi perché guai a opporsi a loro.
Ecco perché il quartiere di Brancaccio era una vera e propria missione.
Una missione difficile come alcune parti dell'Africa affamata o come alcune zone della violenta America Latina. Una missione pericolosa.
Don Pino Puglisi doveva sapere tutto questo, ma la chiesa di Brancaccio era la sua missione pastorale; ciò che Nostro Signore aveva deciso che fosse.
L'unica cosa che forse non considerò era quella che egli sarebbe rimasto solo, solo nell'opera pastorale e solo nella morte, solo (come diremo)anche nel processo.
Io non dimenticherò mai il sorriso sereno di don Pino Puglisi mentre il medico legale mi indicava il foro d'entrata della pallottola che lo uccise.
Era il sorriso di colui il quale aveva scelto e abbracciato la sua fede e con rassegnazione aveva accettato il suo destino con l'estremo sacrificio.
Il quartiere conosceva tutto questo e in quei giorni era percorso da una voce, un fremito indistinto ma corale.
Tutti (nelle piazze, dentro i bar, nei negozi e in ogni altro disperso luogo di ritrovo del quartiere di Brancaccio) pronunciavano sommessamente e paurosamente una unica parola che riassumeva mandanti, movente e ogni altra circostanza del delitto. Tutti pronunciavano una unica parola: mafia. Certo - signori giurati e signori giudici togati - la mafia… direte voi era facile supporre, era logico da desumere, era conseguente, avuto riguardo alla storia che da sempre ha contrapposto i valori cristiani del bene alla violenza e alla sopraffazione del male. Il bene a volte soccombe. Era questo.
Ma - signori della Corte d'Assise - sapete quale era il rischio di questa morte e di questa investigazione ? Era quello che ci si potesse lentamente abbandonare alla deriva dell'indistinto scenario di un martirio cristiano.
Chi di voi, infatti, conosce il nome di colui che trafisse il costato di Nostro Signore sul Golgota ?
Che importanza poteva avere di fronte all'enormità dell'assassinio di un innocente che aiutava l'infanzia abbandonata, le famiglie senza pane, le donne violentate e ferite, i tossicodipendenti, che importanza aveva a fronte di tutto questo chi lo aveva ucciso ?
La mafia lo aveva ucciso. Il male indistinto che - come a volte accade - prevale sul bene. Era tutto lì.
La mano sarebbe rimasta nell'ombra ancora per qualche tempo fino al giorno in cui, per eliminare ogni prova residua, la mafia si sarebbe disfatta anche dell'esecutore o degli esecutori. La storia di questo assassinio si sarebbe disciolta nell'acido. Ecco quale era il rischio di questa indagine.
Ma, come vi ho già detto, la Verità è andata alla ricerca dell'uomo e si è mossa, inarrestabile, dalle cose fino ai pensieri.
Meditando questa requisitoria mi sono chiesto quale può essere il virtuale desiderio di ogni organo inquirente, di ogni valente indagatore delle cose umane (e non necessariamente delle cose giudiziarie) che si trovi nella necessità di ricostruire un fatto nella sua interezza, investigarne i contorni e le circostanze per acclararne la verità.
La scienza è antica quanto l'uomo e ha un nome altisonante e forse difficile da pronunciarsi: epistemologia, ovvero scienza della conoscenza .
In altri termini, si arriva alla ricerca della verità se e in quanto si è dapprima conosciuto un fatto; la corretta conoscenza del fatto permettendo anche una corretta formazione della verità.
In un fatto omicidiario, di regola, ci si muove a ritroso cercando di ripercorrere la via ante acta della vittima dall'ultimo respiro.
Quasi mai la fortuna consente di fotografare il momento esiziale del delitto e anche se questa fotografia vi fosse essa non riprenderebbe quello che voi e noi riteniamo elemento più importante: il movente.
Il movente è quell'invisibile filo di Arianna che permette di decifrare e decodificare tutte le azioni e mostrale in chiaro a chi ne ha registrato solo l'effetto finale. Il movente è più del motivo: è la spiegazione delle condotte.
Quale allora può essere il virtuale desiderio di un organo inquirente se non quello di intuire il movente e da questo riporcorrere, nella successione più aderente ai fatti, ogni condotta di coloro che il movente hanno condiviso dando loro un volto e un nome?
Questo è accaduto nelle indagini relative all'omicidio di don Giuseppe Puglisi dove (scartate, dopo i primi accertamenti, le ipotesi di un delitto d'impeto o latamente occasionale) il motivo si manifestò chiaro nell'attività evangelica e pastorale e nella chiara contrapposizione di questa attività al regime di terrore, morte e sopraffazione imposto dalla mafia.
Tipici gli avvenimenti ammonitori (le violenze private, gli incendi e i danneggiamenti) che avete udito raccontare alle persone vicine a don Puglisi e ai rappresentanti del comitato intercondominiale (29/6/93) così come quelli che sapete essere stati cagionati all'impresa che lavorava alla ristrutturazione della chiesa di San Gaetano il 25/5/93 (anche se avete assistito all'omertosa negazione del titolare dell'impresa Balistreri, negazione reiterata pure a fronte della oramai appresa circostanza della dolosità dell'atto dichiarata da chi l'atto di danneggiamento aveva posto in essere).
La chiesa di Brancaccio e la semplicità disarmante di don Pino Puglisi erano una spina nel fianco della mafia di quel quartiere (e aggiungerei di tutte le mafie) che vedeva compromesso il suo primato.
Forse sarebbe bastato questo, così come bastò in altre occasioni e in altri tempi, per ammazzare il messaggio dei miti della terra come Gandhi, Martin Luther King o Monsignor Romero, quest'ultimo - lo ricorderete - ucciso dai cartelli colombiani della coca.
Ma nel nostro caso era accaduto qualcosa di più. Qui il motivo doveva essere più concreto, più tangibile e immediato.
L'ipotesi fu confermata da un collaborante storico, profondo conoscitore della fenomenologia omicidiaria in Cosa Nostra e più volte ritenuto della massima attendibilità da parte del Supremo Collegio.
Giovanni Drago, pur chiarendo di essere stato detenuto al tempo della morte di don Giuseppe Puglisi, rassegnava alla conoscenza degli investigatori un particolare relativo all'attenzione che Cosa Nostra aveva riposto sul prelato.
Cosa Nostra aveva incaricato un insospettabile di seguirne le mosse per comprenderne cosa esattamente ruotasse attorno al centro di accoglienza Padre Nostro promosso da don Pino nella via Conte Federico.
La situazione era di massima importanza per Cosa Nostra.
Situato in un crocevia strategico del quartiere di Brancaccio a pochi passi dalle abitazioni di molti esponenti latitanti dell'organizzazione (ma soprattutto a pochi metri dalle abitazione dei latitanti fratelli Graviano capi indiscussi della famiglia di Brancaccio nonché componenti di spicco del vertice mafioso siciliano), il centro d'accoglienza Padre Nostro era un continuo andirivieni di persone assolutamente non controllabili. Tra esse potevano nascondersi investigatori e agenti di polizia in un momento storico in cui le stragi e le bombe, esplose nel paese, intensificavano le ricerche dei sospetti per crimini orrendi.
Povero don Pino. Questo sospetto non era vero. Nessuna traccia anche minima dell'indagine ha mai confermato questa vocazione sbirresca del prete di frontiera.
Lo ripetiamo qui, davanti a tutti e soprattutto davanti a questi imputati, mai don Pino diede aiuto alla polizia e gli armadi del centro di accoglienza Padre Nostro erano pieni di medicinali, di pasta, di pane, di vestiti, di giocattoli e di ogni altro bene che serviva alla sua gente, alla gente che egli curava e che, disperata, non aveva nulla.
Ma il centro d'accoglienza Padre Nostro doveva cessare di esistere per eliminare alla radice il potenziale pericolo alla latitanza dei fratelli Graviano e di ogni altro componente dell'organizzazione.
In effetti la scelta criminale fu graduata rispetto alle necessità e all'indomani dell'assassinio (lo avete udito dai testimoni) sia il comitato intercondominiale che il centro Padre Nostro cessarono di vivere.
Questo fu il reale movente dell'assassinio.
Se il movente partiva dalla necessita` di coprire la latitanza dei capi incontrastati del quartiere Brancaccio, era all’interno del gruppo criminale che bisognava dare un nome e un volto a coloro che avevano agito.
L’uomo prescelto dalla famiglia mafiosa per il controllo del prete, il dott. Nangano Salvatore, fu arrestato quasi subito e la sua posizione è stata definita con le forme del rito abbreviato e l’irrogazione di una condanna, passata in giudicato, a anni due di reclusione per il reato di partecipazione esterna all’associazione per delinquere Cosa Nostra.
Il labirinto delle complicità e delle responsabilità andava mano a mano delineandosi, la nebbia dell’omertà si diradava.
Di Filippo Emanuele, Di Filippo Pasquale e Cannella Tullio uomini tutti gravitanti nel gruppo mafioso di Brancaccio si aprivano alla collaborazione.
Si rafforzava il quadro probatorio già esistente a carico dei fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, e era identificato uno degli autori materiali dell’omicidio: Grigoli Salvatore.
Non ripeterò qui ciò che avete udito nel corso dell’istruzione probatoria e che sarà oggetto prossimamente della decisione della Corte d’Assise apertasi sul processo ai mandanti. Tassello dopo tassello, circostanza dopo circostanza una cascata di verità travolgerà beneficamente le investigazioni prima e il processo poi.
Uno dopo l’altro, a seguito della cattura dei capi mafia di Brancaccio e di alcuni importanti gregari, si aprivano alla collaborazione altri componenti di Cosa Nostra (Romeo, Ciaramitaro, Calvaruso, Carra, Scarano). Un fiume in piena travolgeva Cosa Nostra di Brancaccio.
Grigoli Salvatore, detto "il cacciatore", non era stato l'unico assassino. Altri lo avevano aiutato a compiere la missione di morte. Come se per uccidere un prete, povero e solitario fosse necessario un plotone. In effetti questa necessità non c'era. Ma questa era, ed è, l'operatività militare di Cosa Nostra che, anche per un obiettivo semplice e inerme come don Pino, esigeva le sue pianificazioni e le sue sicurezze operative. Disponibilità di informazioni, denaro, armi e esplosivo, auto e moto per veloci spostamenti, complicità insospettabili nel territorio, luoghi dove condurre le vittime per interrogatori con tortura e dissolvimento dei corpi, coperture nella esecuzione dei delitti, fughe protette.
Tutto questo e altro ancora (di criminale) era il gruppo di fuoco della famiglia di Brancaccio. Pronto a ogni operazione, anche la più crudele, come l'assassinio di bambini o di donne incinte, pronti alla strage dei luoghi dell'arte e della storia del nostro paese, pronti a colpire degli ignari spettatori all'uscita di uno stadio, pronti a abbattere un elicottero, pronti a tutto.
Uno dopo l'altro i componenti del gruppo di fuoco venivano individuati e arrestati, alcuni dopo anni di latitanza.
I loro nomi li avete uditi più volte in questa aula, i loro volti sono a voi conosciuti, i collegamenti tra gli stessi hanno il valore probatorio quasi di un fatto notorio: Mangano Antonino, Spatuzza Gaspare, Lo Nigro Cosimo e Giacalone Luigi, sono gli stessi uomini accusati, insieme a altri, di avere causato terrore e morte in tutta Italia.
Essi erano insieme al "cacciatore" al momento dell'esplosione del colpo mortale alla nuca del povero don Pino Puglisi.
Vi avevo già detto che, meditando questa requisitoria, mi sono chiesto quale potesse essere il virtuale desiderio di ogni organo inquirente, di ogni valente indagatore delle cose umane (e non necessariamente delle cose giudiziarie) che si trovi nella necessità di ricostruire un fatto nella sua interezza, investigarne i contorni e le circostanze per acclararne la verità.
Avevo detto che la maggiore aspettativa è quella di individuare il movente e da questo ricostruire passo dopo passo ogni circostanza e ogni condotta che, nell'attuazione di quel movente, ha dato un contributo causale.
Ma quale massima aspettativa può invece nutrirsi ? La massima aspettativa è che questo movente e queste prove convergenti si manifestino in tale e innegabile evidenza da determinare uno dei protagonisti ad ammettere i fatti per come essi si sono in effetti svolti. Ecco allora ai vostri occhi cosa avvenne prima, durante e dopo l'assassinio di don Pino Puglisi dalle parole di colui [Salvatore Grigoli] che esplose l'unico e mortale colpo.
Come ho anticipato in sede di spontanee dichiarazioni e al gip, confermo di avere eseguito l'omicidio di don Pino Puglisi.
L'omicidio fu deliberato da Graviano Giuseppe, come ho appreso dallo Spatuzza, in quanto lo stesso sospettava che il sacerdote permettesse alle forze di polizia di infiltrarsi nel quartiere per catturare latitanti.
Il Graviano fece sapere che l'omicidio non doveva apparire come un omicidio di mafia bensì come l'opera di un tossicodipendente o di un rapinatore. Per tale motivo fu utilizzata una pistola calibro 7,65 silenziata e al sacerdote fu sottratto il borsello.
Dell'omicidio era al corrente anche Mangano Antonino, al quale chiesi spiegazioni e che mi confermò che l'omicidio andava eseguito perché interessava la famiglia mafiosa. Dopo qualche giorno dall'ordine ricevuto incominciammo a seguire i movimenti del sacerdote.
Una sera lo localizzammo nei pressi di San Gaetano, forse mentre parlava a un telefono pubblico. Non ricordo se nell'occasione eravamo già armati ovvero ci allontanammo a prendere l'arma di cui ho già detto.
Abbiamo quindi incrociato una seconda volta il sacerdote mentre si apprestava a entrare nel portone della palazzina dove era ubicato il suo appartamento.
Il gruppo che ha operato era così composto: a bordo della BMW, nella disponibilità di Giacalone Luigi, mi trovavo io e lo stesso Giacalone; a bordo di una Renault 5, Lo Nigro Cosimo e Spatuzza Gaspare.
Dalle rispettive autovetture siamo scesi io e lo Spatuzza. Quest'ultimo avvicinò il sacerdote gli prese il borsello e gli disse: "padre, questa è una rapina".
Nel frattempo io, posizionandomi dietro il sacerdote, esplodevo un colpo di pistola alla nuca di quest'ultimo da brevissima distanza.
Il sacerdote non si è reso conto di nulla in quanto con un sorriso si era rivolto allo Spatuzza profferendo le seguenti parole: "me lo aspettavo".
Terminata l'esecuzione siamo risaliti sulle autovetture e ci siamo diretti verso il deposito Valtras (impresa di trasporti e spedizioni) all'interno del quale abbiamo esaminato il contenuto del borsello anche per rintracciare eventuali indirizzi di poliziotti o investigatori.
All'interno del borsello abbiamo rinvenuto circa duecentomila lire, una patente di guida e una lettera indirizzata al sacerdote e contenente apprezzamenti per la sua opera.
Lo Spatuzza si impossessò delle marche della patente del Puglisi.
L'arma fu successivamente distrutta per non lasciare tracce di un omicidio che era diventato rilevante per l'opinione pubblica.
A domanda risponde:
In effetti l'omicidio fu preceduto da un attentato incendiario ai danni delle abitazioni di alcune persone abitanti in via Azolino Hazon. Anche in questo caso l'ordine partì da Graviano Giuseppe. L'attentato fu materialmente eseguito da me, da Spatuzza Gaspare e da Federico Vito. Cascino Carlo, come preciso in sede di verbalizzazione riassuntiva, aiutò il Federico nella fase successiva all'attentato coprendone la fuga a bordo di un ciclomotore Peugeot. Ricordo che la sera in cui compimmo questo attentato abbiamo compiuto l'attentato ai danni di un esercizio di tabaccheria sito in Brancaccio nella continuazione della via Emiro Giafar.
A domanda risponde:
L'attentato incendiario che distrusse l'automezzo della ditta che lavorava alla ristrutturazione della chiesa di San Gaetano fu compiuto da Giuliano Francesco (inteso Giuseppe "Olivetti").
A domanda risponde:
La famiglia di Brancaccio, fino alla data di arresto dei fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, era retta da Graviano Giuseppe. Graviano Giuseppe si occupava direttamente del gruppo di fuoco, mentre suo fratello Filippo curava le estorsioni e i rapporti con i costruttori edili.
Io non ho avuto rapporti diretti con Graviano Filippo, che pure conosco fin da ragazzo per essere cresciuti nel medesimo quartiere, e tuttavia ritengo che le decisioni più importanti per la famiglia fossero prese di comune accordo tra i due fratelli. Graviano Benedetto, con il quale ho pure commesso un omicidio - come ho in altra sede riferito - non aveva grande potere decisionale anche perché aveva un carattere piuttosto semplice.
Cosa altro aggiungere a questa inequivocabile e tragica verità se non che l'istruzione probatoria dibattimentale ha ulteriormente comprovato il possesso da parte del Giacalone Luigi di un'autovettura del tipo BMW 316 e da parte del Lo Nigro Cosimo di una Renault 5.
Cosa altro aggiungere se non che l'istruzione dibattimentale ha, altresì, comprovato una circostanza da brivido freddo: l'esecuzione dell'omicidio Puglisi, con l'eco che ne seguì, ebbe a ritardare una strage ancora più grande (non verificatasi per puro caso) che gli stessi uomini oggi a giudizio avrebbero dovuto provocare mediante l'esplosione di una vettura carica di tritolo, in Roma, all'uscita di uno stadio al termine di una partita di calcio.
Questi sono gli uomini che giudicherete.
Signori della Corte d'Assise adesso io vi chiederò di dare giustizia per l'assassinio di don Pino Puglisi.
Ma nel chiedervi giustizia, da pubblico ministero, da cittadino (e forse anche da distratto cristiano quale sono) vivo un senso di difficoltà.
Non prendete le parole che dirò come un atto di sfiducia al vostro operato o all'astratto e alto mandato che il popolo italiano vi ha attribuito.
Precedentemente ho detto che la Verità è veicolo di giustizia. È l'essenza stessa della giustizia e che questo processo è stato veicolo di verità.
Ma è la verità la sola componente utile a determinare giustizia ?
In altre parole, basta ricostruire puramente e semplicemente la verità di un fatto e scolpirla sui verbali di un processo o sulle piste magnetiche di un registratore perché da noi tutti si possa dire: "Abbiamo fatto giustizia" ?
La risposta è no. E non perché la verità non basti da sola a determinare e affermare la responsabilità penale di un imputato ma perché essa dovrà essere dichiarata, nel processo penale, davanti a tutti coloro che hanno il diritto, ma anche il dovere morale, di ricercarla e di sentirla dichiarare in nome di colui il quale non ha più voce per poterne chiedere l'affermazione.
Toccherò, senza ipocrisia o falsi infingimenti, un aspetto di questo processo che - quali giudici uomini e donne intelligenti del dibattimento - avrete sicuramente già notato.
Dove sono le parti civili in questo processo ? Dov'è la Chiesa che ha visto assassinare uno dei suoi figli migliori ? Dove sono le istituzioni territoriali che la mafia assedia ?
La lotta alla mafia così come i processi a essa devono essere atti corali.
Per questo dico che la giustizia non è soltanto verità ma anche partecipazione umana, è coinvolgimento, è impegno civile continuo e di tutti.
Da parte di tutti e primi fra tutti coloro che hanno il dovere morale e giuridico della partecipazione perché sono i soli che possono dare voce a chi mai più potrà averla.
Udite il paradosso. La mafia di Brancaccio sarà forse condannata in questo processo ma il centro Padre Nostro, la Chiesa di Brancaccio, le istituzioni del quartiere, il comune di Palermo non avranno, da questo processo, un soldo per continuare a far vivere la idee che il povero don Puglisi coltivava ogni giorno.
Avete udito la risposta della Chiesa attraverso un suo rappresentante in dibattimento. Vi è stato detto da parte del successore di don Pino Puglisi che la Chiesa non si occupa della responsabilità penale degli uomini ma del loro destino sovraterreno.
Niente di più errato, niente di più ingiusto per la memoria di don Pino Puglisi che a questa povera e bistrattata umanità di Brancaccio aveva cercato di dare il "pane quotidiano" ma anche quello materiale come atto di carità e di giustizia.
Sarebbe stato, pertanto, atto laico di carità (laico tanto quanto l'offertorio di danaro nel rito celebrativo della messa o l'accettazione dei lasciti ereditari dei privati) costituirsi parte civile, nella memoria di don Pino Puglisi, perché la chiesa di Brancaccio avesse voce e vedesse riconosciuto - con atto di giustizia - quel denaro utile a continuare l'opera di risanamento pastorale così tragicamente interrotta dalla mafia.
Ecco cosa sarebbe stata giustizia.
Ecco perché, in nome soltanto della verità che così fedelmente abbiamo ricostruito nel processo e senza attenuanti di sorta per coloro che hanno insanguinato il paese vi chiedo il massimo della pena.
Vi chiedo, previa riunificazione dei reati contestati, di irrogare l'ergastolo con isolamento per Mangano Antonino, l'ergastolo con isolamento per Giacalone Luigi, l'ergastolo con isolamento per Lo Nigro Cosimo, l'ergastolo con l'isolamento per Spatuzza Gaspare. Vi chiedo, sussistendone tutti i requisiti in fatto e in diritto, di emettere ordinanza di custodia cautelare in carcere per Lo Nigro Cosimo.
Non ho ancora del tutto completato il mio intervento.
Ricordate, giudici della Corte d'Assise, cosa raccontò "il cacciatore" riguardo a ciò che avvenne dopo che don Giuseppe Puglisi fu ucciso ? L'assassino riferì che lo Spatuzza Gaspare gli sottrasse il borsello e si impossessò delle marche della patente.
Singolare assonanza con ciò che vi è scritto nel Vangelo secondo Giovanni dopo la crocifissione di Nostro Signore Gesù (Vangelo 19,25): Si son divise tra loro le mie vesti. Ma questo Spatuzza Gaspare e i suoi correi non potevano saperlo.
Vi ringrazio. 

Webmaster: Rosaria Cascio
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