Intestazione Padre Giuseppe Puglisi. Sì, ma verso dove?















Testimonianza e Martirio. Di P. Salvatore Priola

Nei due incontri tratteremo della testimonianza cristiana nella visione classica.
Oggi parleremo della testimonianza nel Nuovo Testamento; scandaglieremo dai vangeli sinottici fino all’Apocalisse per fare emergere le chiavi ermeneutiche per comprendere come le scritture parlino della martiria, nell’accezione originaria del termine e non in quella che viene fuori dopo il III sec. d.c. ,cioè dopo gli eventi cruenti delle persecuzioni.
Bisogna cercare di capire in che misura noi oggi siamo chiamati a rendere testimonianza , da cosa la riconosciamo, quali sono i segni, i tratti , le caratteristiche che oggi possono farci capire che stiamo vivendo la testimonianza evangelica.
Durante il prossimo incontro ci fermeremo più sugli aspetti teologici e antropologici, esistenziali, cioè sulle implicanze concrete della testimonianza nella vita di ogni giorno dei cristiani.
Dando un’occhiata alla letteratura del Nuovo Testamento, alla terminologia del martirein, cioè a cosa si intendeva prima del cristianesimo in relazione a questo termine.
Nell’antichità quando si parlava di testimonianza l’ambito stretto di riferimento era quello giuridico, non quello religioso, al contesto delle convinzioni di un’idea , delle testimonianze di fatti nelle procedure giudiziarie, cioè quelle rese davanti ad un tribunale. Testimone nell’ambito precristiano era colui che parlava davanti al giudice perchè si compisse la giustizia, dall’ambito giuridico ai fori, alle scuole per sostenere e difendere le proprie idee e convinzioni.
Solo con le persecuzioni il martis, prima esclusivamente un testimone della predicazione, sarebbe diventato un credente nel quale testimonianza e morte si identificano e la martiria si tramutava in passione e morte. Dunque prima del cristianesimo il senso della martireia era riconducibile alla testimonianza offerta in ordine alla predicazione (io c’ero durante uno dei fatti), dunque il martis predicava, testimoniava, ricordava, era testimone oculare.
Dopo le persecuzioni allora a questa testimonianza pubblica dei martires si unisce la testimonianza con il dare la vita per Cristo per cui diventano assimilati i significati precedenti ed esprimono il voler offrire la propria vita per testimoniare. Solo col martirio, infatti, di Policarpo sarebbe documentabile il nuovo tipo di martiria.
Passando ai vangeli si può vedere qual è la loro chiave di lettura del termine martirein nell’ambito semantico. Matteo offre una connotazione giuridica del termine usato nel senso di una testimonianza che si può dimostrare, documentare, un fatto, una verità. Matteo ha la necessità oltre a citare l’Antico Testamento di fornire prove ai giudei per dimostrare che quel cristo che poi è risorto è il messia atteso. Matteo non usa però ancora il termine martirein.
A Gerusalemme all’indomani della Pentecoste c’era subbuglio per il diffondersi del cristianesimo. Matteo usa la testimonianza come prova davanti agli ebrei e pagani che chiedevano delucidazioni. Era dunque un’ occasione offerta dai testimoni di rendere pubblica testimonianza su Gesù, chi la rendeva pubblicamente veniva detto martire. Era una sorta di servizio, di ministero al servizio dei non credenti. Per Matteo i martires sono soltanto i testimoni davanti al tribunale (Mt 18,16e23).
Questo contenuto semantico viene tributato dal greco, oggi il contesto culturale in cui viviamo non ci vede alla gogna pubblica, ci troviamo in una condizione diversa ma noi siamo interpellati nel nostro dover rendere conto pubblico della nostra fede. A noi da più parti ci è chiesto di rendere testimonianza con la stessa efficacia con cui veniva chiesto ai primi cristiani. Non ci dobbiamo pensare ancora inseriti in un contesto di societas cristiana che non esiste più, è scomparsa, ma non bisogna neanche dire che bisogna guardare oltre, significherebbe rinunciare ad un’inculturazione del Vangelo nella nostra era.
Dobbiamo prendere atto che non esiste più la societas cristiana, ma abbiamo il desiderio che il vangelo fecondi nuovamente la società, che possa sorgere una nuova cristianità.
Allora noi siamo chiamati a testimoniare con coraggio il Vangelo. Se la testimonianza ancora nella nostra società non si carica di rosso, in realtà testimoniare oggi non è meno necessario nè meno impegnativo che nel passato.
Matteo offre proprio questo spunto di riflessione. Marco usa il termine martiria (14, 55-59) quando accenna ai falsi testimoni che tentano di portare prove al processo di Gesù martirio contro Cristo oltre che a favore,dunque si può parlare di una martiria al contrario. Luca presenta novità linguistiche alla luce delle persecuzioni, chi testimonia è una sorta di testimone oculare, testimonia per aver visto. Non deve ricorrere alla mediazione di nessun altro.
Luca usa il termine martires, intendendo che Gesù ha realizzato il messianismo ebraico in quanto è morto e risorto come messia, ha dato annunzio del perdono dei peccati a coloro che si convertono, i martires hanno creduto perchè si sono compiute le promesse fatte ed espresse nell’A T, hanno riconosciuto in Gesù che muore e risorge la realizzazione delle promesse messianiche.
I martires sono non solo gli uomini testimoni di alcuni fatti ma anche coloro che hanno riconosciuto il Messia presente e la fedeltà di Dio che compie la sua promessa e che non abbandona l’uomo.
Il martis è testimone di un modo nuovo di intendere l’esistenza e la divinità, il martis è testimone di una vicinanza di Dio all’uomo tale da avere assunto addirittura le sue sembianze, il suo corpo.
Si è fatto Dio e creatore, uomo e creatura, da essere infinito a finito. I martires diventano dunque molto di più che testimoni di un fatto, Luca ha impresso significati nuovi al concetto di martires.
Negli Atti degli apostoli egli privilegia la semantica del martis come testimone oculare ma si restringe molto l’ambito delle persone che possono essere considerati martires; sono gli apostoli i veri martires. Negli Atti il ministero apostolico coincide con la martiria, l’essere testimoni oculari del compimento delle promesse che Dio aveva fatto.
Negli Atti il martirio resta la testimonianza sulla resurrezione , ma è martire anche chi annuncia con coraggio la salvezza in Cristo Gesù che si compie attraverso morte e resurrezione di Gesù . Martires sono gli apostoli che hanno ricevuto la potenza dello Spirito Santo e partono per proclamare di aver visto il risorto (Atti1-8 ,2- 32, 3-15, 3-31).
Questi uomini hanno vissuto e condiviso con Gesù le sofferenze e allora partono bruciati dal fuoco dello Spirito per annunciare quanto Gesù ha detto loro. Gesù obbedendo alla volontà del Padre ha ottenuto il perdono e la conversione del peccato. I martiri per il modo in cui vivono intendono istradare verso una modalità nuova di relazione di comunione, si va dal coraggio al vissuto, in quanto martires stanno provando a far passare, attraverso lo stile vivo delle loro relazioni interpersonali,viaggiando da una parte all’altra in una rilettura post pasquale degli eventi, stanno presentando una modalità concreta per dar vita ad un vissuto umano concreto e diverso.
Per questo se tu ti riconosci in Cristo, la tua vita non può essere più quella di prima, ma secondo l’insegnamento, lo stile che le relazioni della realtà apostolica ha costituito con Cristo.
Quando Cristo irrompe nella nostra vita le cose di prima sono passate, ne sono nate di nuove.
Nulla può essere più come prima. Il Cristianesimo ha fatto passare negli anni alcuni aspetti di questo, gli uomini erano stupiti di come i cristiani vivessero in comune, vendevano le loro cose e mettevano insieme, questa situazione suscitò tanta meraviglia, la presenza dello Spirito di Dio fu fortemente registrata.
Oggi il Cristianesimo ha bisogno di ristudiarsi per trovare una modalità nuova per inserirsi nel mondo attuale, forse cosi potrebbe essere più credibile, non riesce ad essere fedele al Vangelo, non muove a questa fusione totale, gli italiani si dicono cristiani ma poi si stenta a riconoscerli.
Non basta dire che la cristianità è finita, né basta gongolare dicendo che siamo già oltre la cristianità, bisogna mettersi in discussione per capire che significato ha oggi essere cristiani, trovare una modalità nuova di vivere il Vangelo.
Negli Atti la semantica dei martires è legata al dono dello Spirito. A proposito del martirio del protomartire Stefano che non è apostolo, di lui viene detto che fu testimone di Gesù.
Già usciamo dalla cerchia degli apostoli , forse perché venne ucciso, condannato ed ucciso. Dunque essere uccisi per testimoniare Gesù rende martis, l’uomo e la donna che hanno accettato questo nuovo modo di essere in comunione , diventano nuovi apostoli e nuovi martiri come gli altri.
L’opera di Giovanni ci offre una risposta alla domanda: chi è Gesù! Nell’intento di dare risposta a questa domanda Giovanni ci si presenta come il martis come testimone della verità, Giovanni diventa il testimone della verità, testimoniare è rivelare, esprimere, annunciare che cosa è e dove è la verità.
La testimonianza si fa carico del riconoscimento e accoglimento e dono della verità, il testimone e il martire è colui che è dalla parte della verità, che è e si manifesta nell’incontro con una persona, con Cristo.
Il testimone deve convincere chi non conosce o non crede, bisogna stare attenti al non avere verità da dare, bisogna prestare attenzione all’atteggiamento rinunciatario non solo in ordine alla verità donata, ma anche in ordine alla ricerca della verità, non c’è testimonianza né martirio laddove manca l’anelito alla verità, la coscienza e la consapevolezza di ciò che viene scoperto come un tesoro per il quale io vendo tutto e lascio tutto.
Oggi per un verso ci sentiamo inebriati di infinito, dall’altro la verità tende a esprimere un contenuto meditativo che nella società di oggi non funziona.
Attenzione ai testimoni che fanno solo solidarietà con la beneficenza e rinunciano a questa accoglienza della verità che viene dall’alto e a questa faticosa ricerca continua che ogni giorno va rinnovata. Non è evangelica questa testimonianza e allora bisogna vigilare. 3P questo concetto lo aveva chiaro nell’evidenza di quel Vangelo che egli prendeva con la semplicità dei bambini, che coglieva nella completezza dei vangeli: è la forza dei santi!
Nella vita del credente la stessa certezza interiore di Gesù viene comunicata Giov 3, 32 5, 31- 39 8, 12- 19, Gesù da testimonianza a sè stesso, il credente è chiamato a maturare una certezza interiore che gli viene dal Risorto che fa comprendere al discepolo circa la persona di Gesù, assicura che la persona di Gesù merita una fiducia incondizionata.
Ciò è possibile solo a chi possiede il dono dello spirito. L’incontro con lo Spirito non ci consente di fare diversamente e porta a compimento l’opera attraverso noi. Gv 15, 26-27. Se pensiamo a S. Paolo secondo il quale il martis ( Romani 3, 28) è gia fondato sulla legge e sui profeti i quali offrono altre prove in ordine alla martiria, ma anche Paolo, nella lettera ai Romani ci dice che la resurrezione è la testimonianza in quanto è stato compiuta da Dio.
Per Paolo il martirio è l’esplicitazione del progetto di salvezza che Dio ha elaborato in favore dell’uomo fin dall’’AT.
analogamente la tematica del martirio in Paolo, come la testimonianza resa a Cristo tramite la predicazione e anche a costo dell’arresto. La lettera agli ebrei privilegia la tematica del martirein che significa recuperare tutto ciò che la scrittura afferma riguardo al messia (Ebrei 7, 17; 10,15)
Nella prima lettera a Timoteo, (cap. 6 verso 13), emergono nuovi significati e una nuova terminologia del martirio.
Innanzitutto nei processi giudiziali il credente contesta la sua tesi. In prima Timoteo (2,6) il termine martirium viene identificato in modo nuovo, con una categoria, quella del dare se stessi in riscatto per tutti. Questa verità semantica avrà molto rilievo nel Cristianesimo primitivo allorché si cercherà di elaborare e tematizzare il significato santifico della morte del martire.
Vedete, siamo in un contesto, dal punto di vista letterario, dove i significati più semplici da cui eravamo partiti si stanno, via via, strutturando secondo le esigenze che la vita credente va presentando.
Nella prima lettera di Pietro (cap. 5, 1) l’autore si definisce il testimone delle sofferente del Cristo e intende presentare le sofferenze subite a causa di Gesù, come, alla testimonianza e alle sofferenze, come una comunione. Una comunione più autentica al valore santifico della croce, per cui assistiamo gia a quell’avvicinamento tra la testimonianza, il sacrificio, la comunione. E’ Una sorte di Ponte attraverso cui si rilegge la vita del credente che rende testimonianza a Cristo.
Con la confluenza del linguaggio della comunione nella tematica del martirio si apre la possibilità di esplicitare un profondo valore religioso della testimonianza, comunione infatti è non solo comunione tra di noi ma è comunione con il corpo e il sangue di Cristo, prima lettera ai Corinzi (10, 16-22).
C’è dunque questa altra coloritura, un accenno: la testimonianza che si fa carico del sacrificio della vita è comunione con il corpo ed il sangue di Cristo.
La testimonianza, come sacrificio, diventa il luogo di una forma di eucaristia soggettiva, di olocausto. Con le sofferenze che io affronto per Cristo e per il vangelo, io mi unisco al sacrifico di Cristo e offro me stesso con lui, come sacrificio gradito a Dio.
“Pregate fratelli” dice il prete durante l’eucaristia, perché il nostro sacrifico unito al sacrificio di Cristo signore sia gradito a Dio, Padre Onnipotente. C’è dunque la possibilità per il credente che testimonia la sua fede in Cristo attraverso il sacrificio della propria vita di partecipare al sacrifico di Cristo, di entrare in quella comunione con Cristo, con il corpo ed il sangue di Cristo, che lo proietta, lo mette in circolo, in quella comunione totale, complessiva tra Dio e gli uomini che diversamente, per l’uomo, gli sarebbe preclusa.
Quindi nello stesso tempo consegna alla vita e al sacrificio di quella vita di non percepirsi come un annichilimento, come un non senso, come una violenza fine a se stessa, come un isolamento, ma al contrario è come un volano dentro il quale viene rinviato, viene accelerato negli effetti, nei significati.
In altre parole, la testimonianza che passa attraverso l’esperienza, il sacrificio personale vissuto sperimentato col sacrifico del Cristo genera quel rapporto di comunione tale che, tutta intera la mia esperienza, con il suo carico di sofferenze, di esperienze, di rinunce, di offerte viene assunto ed amplificato dal sacrificio di Cristo.
Per un verso io partecipo a quel sacrificio e per l’altro verso, grazie a quel sacrificio, mi è data la possibilità di un orizzonte di senso per la mia vita diversamente irraggiungibile.
Chi partecipa al sacrificio di Cristo tanto da assumerlo in sé diventa essa stessa portatrice di redenzione perché compartecipa al corpo e sangue di Cristo; chiunque si ciba, si nutre di quel corpo di quel sangue ha in sé la vita eterna. La partecipazione a quel sacrificio diventa in noi fonte di acqua che zampilla per la vita eterna.
Chiunque attinge a questa fonte che noi diventiamo, attinge in realtà allo stesso medesimo sacrifico del Cristo, noi diventiamo eucaristie viventi, è un’opportunità offerta a tutti ognuno può far parte di un sistema di irrigazione di Cristo dove fluisce la salvezza, la grazia, non solo grazia per noi stessi ma grazia anche per gli altri, diventiamo portatori di grazia. Laddove un uomo vive in grazia lì è possibile vivere nella santità.
Tutto questo per capire la tessitura, la trama che c’è dietro il concetto di testimonianza cristiana.
Nella vita cristiana non ci sono compartimenti stagni. La vita cristiana, è un essere qui ed ora, oggi, adesso, totalmente centrati sul mistero del Cristo.
Non c’è niente che è di là da venire, dove il centro, il cuore pulsante, irraggiante, è il mistero del Cristo che diventa esso stesso la vita, la motivazione, la ragione.
La testimonianza cristiana già a partire dagli elementi biblico-teologici ci offre questo insieme compiuto che dal di fuori noi leggiamo come la testimonianza cristiana ma dietro ha una tessitura, una trama che tiene dentro, racchiude in se, tutti gli elementi della vita cristiana, del discepolato e questo sviluppo è uno sviluppo unitario dettato, animato, mosso dal mistero del Cristo e potenziato dal dono del suo spirito. Per cui lo sviluppo è come una bolla che cresce in un tutto unitario, c’è gia tutto in quell’atto sacramentale battesimale che c’è nel sacro della vita in cristo, non ci aspettiamo nient’altro e tutto li.
Questo “tutto” ha solo bisogno di crescere con la forza dello Spirito, centrato nel mistero del Cristo per divenire pienamente capace di testimoniare, di irradiare nel mondo, di essere manifestazione della presenza di Dio, per cui la nostra intera esistenza, la nostra stessa vita, assume o perde significato in ragione di questo sviluppo totale.
Oggi interrogarsi sulla possibilità di offrire all’uomo dl nostro tempo, quella freschezza, quella luminosità, quella bellezza, quel senso pregnante della vita, della storia che il cristianesimo ha come contenuto oggettivo del suo essere nel tempo della storia,
preoccupazione: E’ lecito, è legittimo, per noi che seguiamo Cristo che ci sforziamo, fedelmente e sinceramente, di seguirlo, di imitarlo, ignorare tutto ciò che accade? che è cosi diametralmente opposto a quell’annuncio di liberazione, di fratellanza, di salvezza che l’esperienza di Cristo, l’esperienza delle prime comunità cristiane hanno avviato nel mondo?
E’ possibile che Tutto ciò che ci passa accanto non ci riguardi?
Forse soprattutto oggi abbiamo l’esigenza la necessità di dover ridire, riscrivere, rimotivare un annuncio evangelico capace di arrivare alle orecchie degli uomini più induriti nel cuore e che perciò fanno scelte di vita e danno esempio della propria esistenza e alla vita degli altri che non sono alla altezza della dignità, della verità, della vita dell’uomo? Questa è la sfida della testimonianza, bisogna essere propositivi.
Quindi abbiamo il compito, il dovere, oggi, di interrogarci in ordine a quest’opera di inculturazione, di indottrinamento, di traduzione del cristianesimo oggi con tutti i rischi che questa testimonianza porta con se, le derive secolaristiche, secolarizzanti e come dall’altra parte gli ancoraggi e i rigurgiti di un passato che ormai vecchio e superato ma che sicuramente offre conforto e può sembrare la via di fuga più semplice.
Bisogna interrogarsi in ordine al peso, al significato, di un cristianesimo che oggi deve poter dire, con la forza della vita, degli apostoli, dei discepoli, delle prime comunità cristiane, che un’altra vita è possibile, che proprio in quella altra vita che cristo ci presenta c’è il senso vero della vita, senza imporre niente a nessuno.
Ma a partire dal fatto che io ho riscoperto per me e ho trovato in quel dono dello spirito santo che il cristo risorto mi ha fatto la spinta, la carica il motore, la forza che non mi fa arrancare, scoraggiare, disperare, arrendere come invece purtroppo succede dovunque e troppo spesso e anche dentro la comunità credente.
Bisogna arrendersi a Cristo. Se ci arrendiamo a Lui, Non saremo noi gli eroi ma chi compie in noi l’opera e lo spirito del cristo e come dice Gesù nel vangelo noi faremo cose più grandi di Lui. Noi diremo cose più importanti di quelle dette da Lui, noi addirittura saremo Lui stesso e qui la forza della testimonianza, comprendere questo. Nessuno di noi è un eroe ma certamente ognuno di noi è chiamato a questo atto fondamentale che apre la via alla gente di Dio: essere arresi, consegnare se stessi, arrendersi, questo consente allo spirito di Dio di trasformare le nostre vite a volte molto scialbe, molto meschine, miserabili in capolavori e quindi non è merito nostro ma di colui che ha preso questa povera terra grezza trasformandola in capolavori.
C’è la necessità di arrendersi a Cristo.
Arrendersi a Cristo, rinnegare se stessi e prendere ogni giorno la propria croce non significa rinunciare alla propria identità, la nostra resa è una resa di chi si consegna volontariamente nelle mani di chi crede e ritiene essere Dio, un Dio amore, un Dio che è per te. Nella misura in cui tu ti sei consegnato, arreso nelle sue mani, Egli ti ridà tutto con gli interessi alla ennesima potenza.
Ma ci deve essere un patto fondamentale di resa che se non c’è, tu continui ad avere la pretesa di possederti, di tenerti in pugno e di pensarci tu e fintanto che è cosi non c’è spazio per Cristo.
Tutte quegli uomini e quelle donne, Padre Pino Puglisi, Madre Teresa, per esempio, che si sono arrese a Dio come hanno fatto? Hanno accettato la croce, hanno accettato di essere emarginati, hanno accettato che per tutta una serie di cose che non risponde alla logica della verità, di quel senso pregnante della vita, non ci rientrassero.
Arrendersi a Cristo significa scoprire che c’è un’altra vita e una volta accettato di entrarci e in quella nuova vita che la logica assume un orientamento diverso.
Forse bisogna impegnarci a riscrivere, a ridisegnare una modalità che sia sufficientemente in grado di aiutare tutti coloro che si richiamano a Cristo a tradurre il vangelo. Ma ognuno di noi ha poi il suo percorso, ha la sua sequela, si tratta di convincerci che c’è una sequela irrinunciabile del Cristo che nessuno può essere discepolo di Gesù se non rinnega se stesso prende la croce e ogni giorno lo segue. Questo è il percorso. Senza di questo non c’è testimonianza, non c’è cristianesimo e tutto quello che facciamo è inutile e dannoso.
“Nessuno di noi preso da solo è sacramento universale di salvezza, la Chiesa lo è perché tutta intera è il corpo di Cristo di cui il capo è Lui”

Webmaster: Rosaria Cascio
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